domenica 23 dicembre 2018

Warhol a Brescia da Cavellini



In un angolo della grande entrata [della mia casa in via Bonomelli, 14 a Brescia] vi è un mio ritratto di legno eseguito da Mario Ceroli, collocato sopra un tappeto persiano e ad una parete opere di Kounellis, George Brecht, Le Parc. Chiesi a Warhol un giudizio su quelle opere e dopo qualche attimo di esitazione mi disse che l’artista che aveva eseguito il vaso con foglie verdi posto in un angolo era molto interessante. 
Quello era il suo modo di eludere le domande imbarazzanti, un suo abituale comportamento: freddezza, da non confondersi con l’indifferenza.

Il critico Alan Solomon ha scritto che Warhol seduto su di uno sgabello, con indosso una giacca di cuoio e una mano sulla bocca, quasi non parlò durante una intervista televisiva e non rispose in modo intellegibile.



Quando gli chiesi a quale età iniziò ad interessarsi alla pittura, rispose che a otto anni si ammalò di esaurimento nervoso, rimase in un ospedale fino a undici anni e mezzo. La sua prima emozione la ebbe a dodici anni allorchè si trovò tra le mani la sua prima bambolina.

Venne il momento della fotografia per il mio ritratto. Indossai il soprabito bianco dove sopra con un pennarello vi ho scritto la mia storia. [Warhol] mi fece sedere su di un sedia con alle spalle lo sfondo di un lenzuolo bianco. Warhol levò da una valigetta una macchina fotografica polaroid, con qualche movimento delle mani mi indicò come avrei dovuto tenere le mie mani, sotto e attorno al mento. 





Soltanto ad ogni scatto, accompagnato da un accecante lampo di flash, gli leggevo sul viso una leggera animazione, mentre il suo manager aveva il compito di sostituire le pellicole e di stendere le fotografie appena pronte su di un divano.

Alla fine ne contai più di una trentina e su quella che gli parve la più idonea per l’esecuzione del ritratto mi fece scrivere in alto a sinistra, di traverso con un pennarello, la mia firma.

Per vedere il ritratto dovrò attendere un bel po’ di tempo: lo eseguirà a New York. La mia curiosità verrà appagata soltanto quando la tela arriverà in Italia; piaccia o non piaccia dovrò accettarlo a scatola chiusa.

[da: 1946-1976 incontri / scontri nella giugla dell'arte di G. A. Cavellini, Brescia 1977. Vedi pp. 168 - 169 ]

Cavellini ritratto da Andy Warhol (1974)



Mi  ha sorpreso la proposta di Marie Louise Janneret che voleva mi facessi ritrarre da Andy Warhol però per un formato 100x100 chiedevano venticinquemila dollari, una cifra veramente insostenibile e quando il celebre artista americano soggiornò qualche giorno con il seguito a Boissano, un paesino in provincia di Savona, ospite di Marie Louise Janneret, che là dirige un centro internazionale di sperimentazioni artistiche con atelier per giovani artisti, io ero in Sicilia. Così non si fece nulla.


 Ma l’intraprendente Jeanneret [qui sopra ritratta da Warhol], che con Simon Spirer, dirige a Ginevra una galleria d’arte, mi convinse a farmi ritrarre da Andy Warhol, poiché lo desideravo ardentemente ed anche perché non avrei dovuto sborsare quei dollari in quanto erano disposti ad effettuare uno scambio con altri quadri. 

 [da: 1946-1976 incontri / scontri nella giugla dell'arte di G. A. Cavellini, Brescia 1977. Vedi p. 167 ]

sabato 22 dicembre 2018

Si fa presto a dire GENI... a proposito di Cavellini e Warhol.

... si attese l'occasione di una manifestazione in onore di Andy Warhol a Milano e una sera nella galleria d'arte Alexandre Jolas in via Manzoni si radunò molta gente per osservare da vicino uno dei più prestigiosi protagonisti della pop art e dell'avanguardia americana ma Warhol, causa un malore, non si fece vedere. 
Così anche l'appuntamento nella mia casa venne rimandato al giorno seguente.


Finalmente  dopo una estenuante attesa, sul tardo pomeriggio il gruppo arrivò. 
Mi aspettavo il personaggio che avevo conosciuto attraverso le fotografie invece mi imbattei in un altro Andy Warhol: invecchiato, mingherlino, pantaloni blue jeans con camicia e cravatta, capelli biondissimi come le sopracciglie, occhi cerulei...
Un tipo che non si sapeva come prendere, senza entusiasmi, forse timido, inespressivo.

Per districarsi aveva bisogno del suo manager, un giovane americano elegante, svelto, che non lo abbandonava un attimo. 
Li accompagnava anche un altro giovane che poi seppi essere uno dei suoi numerosi collaboratori cinematografici.
Warhol  osservò quasi passivamente le opere appese alle pareti della mia casa.

[da: 1946-1976 incontri / scontri nella giugla dell'arte di G. A. Cavellini, Brescia 1977. Vedi p. 168 ]